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Così il Libano paga il prezzo della guerra in Siria

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Di Fulvio Scaglione

Qualche mese fa, in occasione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il presidente libanese Michel Aoun si è fatto vivo con un messaggio video che ha fatto rumore. In esso, infatti, Aoun si lanciava in una vera invettiva contro la comunità internazionale, colpevole a suo dire di ignorare il tragico problema dei rifugiati siriani che, con lo scoppio della guerra civile in Siria nel 2011, si sono riversati appunto in Libano.  “Ne ho parlato in molte occasioni, soprattutto qui alle Nazioni Unite”, disse in quell’occasione Aoun, “e ho sottolineato le disastrose conseguenze in termini di economia, salute e sicurezza. Molte volte ho chiesto un aiuto per garantire loro un tranquillo ritorno in patria. Nessuno ha risposto”.

Parole dure, se vogliamo poco presidenziali, ma giustificate dalla situazione. Il Libano, con meno di 7 milioni di abitanti, è da molti anni rifugio per 850 mila profughi, ma con una popolazione «siriana» che supera il milione e mezzo di persone. L conseguenze sono drammatiche. Nelle scuole ci sono più bambini siriani che libanesi. La disperazione dei profughi, in gran parte ammassati nei campi, ha alimentato un mercato del lavoro nero e sottopagato che, a sua volta, ha peggiorato le condizioni di lavoro anche di molti libanesi. Su tutto, poi, è arrivata la crisi economica, che ha precipitato il 60% della popolazione libanese nella povertà, e i profughi siriani ancor più in basso.

Il Governo del presidente siriano Bashar al-Assad lancia continui appelli per il rientro dei profughi, sia dal Libano sia dalla Turchia, che ne ospita due milioni e mezzo (ma ci sono stime non ufficiali che portano la cifra a 5 milioni). Molti però non si fidano di Assad e delle sue politiche (e magari non se ne fidavano nemmeno prima della guerra), temono rappresaglie. Altri temono il residuo jihadismo e le sacche di guerra ancora accese in Siria. Tutti hanno perso parte importante dei loro beni, e dopo tanti anni non sanno nemmeno se valga la pena tornare. Qualcuno spera di riuscire ad approdare in Europa, attraverso i corridoi umanitari e le organizzazioni umanitarie che lavorano nei campi. Per i siriani bloccati in Turchia dall’accordo che il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha firmato con l’Unione europea nel marzo 2016, c’è una difficoltà in più: la perenne guerriglia nel Nord del Paese, proprio lungo il confine, animata da turchi, curdi, russi, siriani e islamisti di vario genere.

I mesi sono passati e l’appello del presidente Aoun è caduto nel vuoto, come molti altri del passato più o meno recente. Troppi gli attori politici coinvolti, troppi gli interessi di parte. Ma i profughi della Siria sono più numerosi della popolazione della Grecia, il doppio almeno di quella dei Paesi Baltici, della Danimarca o dell’Irlanda, e potrebbero tranquillamente popolare il Portogallo. Il disinteresse della comunità internazionale (di cui fanno parte anche Paesi che hanno contribuito ad accendere o ad acuire la crisi siriana) è una vergogna per tutti.

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