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La Toscana è vicina ai siriani, coi fatti...

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«Dobbiamo andare ad Aleppo, per aiutare i bambini e le bambine. Non possiamo lasciarli soli», Daniela Mori, presidente della Fondazione Il Cuore si scioglie, nata da Unicoop Firenze, una grande cooperativa di consumatori, aveva deciso che il grido di dolore degli abitanti di Aleppo, martoriata da otto anni di guerra, distruzioni e bombardamenti non poteva restare a mezz’aria, a quel grido di dolore si doveva rispondere, e rispondere concretamente, non solo con parole. Siamo partiti per Aleppo, mettendo insieme chi da anni ama il Medio Oriente e lo sente parte integrante di quella grande famiglia che vive affacciandosi sul Mediterraneo. La Toscana è pronta a fare la sua parte, come molte altre volte, purtroppo. La Fondazione Giovanni Paolo II, nata da una intuizione del vescovo di Fiesole, monsignor Luciano Giovannetti, «stare vicini affettivamente ed effettivamente» ai cristiani del Medio Oriente, l’ARCI toscana, con il suo presidente, Gianluca Mengozzi, architetto e convinto che «il dialogo è l’unica strada sulla quale camminare», la Fondazione dell’ospedale Meyer, una eccellenza europea per curare i bambini che, da sempre, va ad assisterli anche nei posti dove la guerra ha tolto loro gli anni dell’infanzia.

Prima della guerra si volava direttamente su Aleppo, che accoglieva i turisti nel suo aeroporto non lontano dal centro della città, da quella «cittadella fortificata» che ne faceva una delle città più belle, ricche, tolleranti e affascinanti di tutto il Medio Oriente. Oggi si vola su Beirut, e di notte si viaggia in auto verso Aleppo attraversando prima il Libano e poi entrando in Siria. L’autista ti preleva di notte e ti porta a destinazione. Durante la guerra ci volevano anche venti ore di viaggio, oggi, a guerra finita, ne bastano otto. Gli autisti fanno la spola fra le città siriane e Beirut, per portare persone e merci, prodotti introvabili in Siria. Sono autisti esperti, conosciuti da tutti, soprattutto dalle decine di check point ai quali fermarsi per un veloce controllo di documenti. Sanno quali strade, quali viottole percorrere, sanno evitare le buche e i crateri lasciati sulle strade dai bombardamenti. Sanno viaggiare a passo d’uomo e fare inversioni rapide, sanno andare a tavoletta quando l’asfalto lo permette o i bombardamenti incombono. Affidi a loro il tuo viaggio. Non si distraggono mai, parlano poco, fumano molto, anzi moltissimo.

«Ben arrivati e grazie di essere tornati. Vi aspettano tutti con ansia e con gioia», abuna Firas Lutfi, francescano siriano è colui che in questi otto lunghi anni di guerra ha vissuto ad Aleppo, ha condiviso le sofferenze del suo popolo, cristiani e musulmani. Tutti lo amano e la sua amicizia vale molto di più del passaporto e dei visti colorati che, in frontiera, ci hanno appiccicato sopra. È lui che durante la guerra, con la sua auto, faceva la spola fra i diversi quartieri della città, teneva i contatti, seppelliva i morti e consolava i superstiti, ma che soprattutto invitata alla speranza.

Tutti hanno voglia di parlare, di raccontare, anche le donne musulmane con i loro lunghi vestiti neri, e lo fanno con Valentina, Carla e Rita come è giusto che sia. Ma la nostra missione, il nostro e vostro progetto (di voi che state leggendo) è uno solo: aiutare i bambini che hanno sofferto la guerra. Ad Aleppo sono centina di migliaia che hanno gravi disturbi psicologici, perché hanno visto morire molti loro compagni di classe uccisi dalle bombe o dai cecchini, hanno vissuto senza giocare, senza andare a scuola, sotto un letto o sotto un divano per salvarsi dalle schegge delle bombe e dei missili. Poi ci sono altri bambini e bambine che hanno perso una gamba, un braccio o entrambi, o una scheggia gli è rimasta conficcata nella carne. Ci sono centri specializzati nella riabilitazione, dove tutto è difficile, complicato. Perché verso la Siria c’è un embargo che non fa entrare strumentazione medica adeguata e molti medicinali, quindi tutto quello che serve lo si deve costruire a mano, senza precise misure, ma con molta buona volontà.

La città e i suoi quartieri sono distrutti, soprattutto ad Aleppo est, molte case sono senza pareti ma abitate. Le rovine sono ovunque, alcuni quartieri sembrano morti, ma le persone quelle no: hanno voglia di vivere, hanno voglia di riprendersi la vita. La sera guardano in alto, verso la Cittadella fortificata, simbolo della resistenza alla guerra, icona di una città che non si è piegata. In questi mesi, oltre alla distruzione della guerra, c’è anche il Covid 19. Tutto è diventato più difficile. Alla fame e alla miseria si è aggiunta la pandemia e un’inflazione che rende quasi impossibile per decine di migliaia di famiglie acquistare qualcosa per cucinare. Aleppo ha bisogno di noi.

Renato Burigana

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Siria

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