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Pregare per l’unità: una voce comune delle Chiese cristiane per il futuro del Libano

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Di Riccardo Burigana

            Sono passati più di cento anni da quanto il padre americano Paul James Francis Wattson propose di dedicare, ogni anno, la Settimana dal 18 gennaio al 25 gennaio alla preghiera per la costruzione dell’unità visibile della Chiesa. Non era l’unica iniziativa in questa direzione, tanto che nell’emisfero australe ancora si preferisce celebrare questa Settimana intorno a Pentecoste, ma nel corso degli anni la proposta del padre Wattson, pur subendo modifiche e ripensamenti, è diventata per tanti cristiani un tempo forte nella preghiera e nella riflessione per il superamento delle divisioni e per vivere l’unità nella diversità secondo il modello di Chiesa presente nel Nuovo Testamento, radicato sulle parole di Gesù Cristo. Dopo la celebrazione del Concilio Vaticano II la Settimana di preghiera ha assunto una fisionomia nuova, sempre più ecumenica, dal momento che il Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani della Chiesa Cattolica e il Consiglio Ecumenico delle Chiese hanno iniziato a lavorare insieme anche per la definizione della forma e dei contenuti della Settimana, così da rivolgere un invito a tutti i cristiani a condividere, nella preghiera, la sofferenza delle divisioni e la gioia dell’unità. Proprio per sottolinearne il carattere ecumenico, fin dalla preparazione, ogni anno viene chiesto a un gruppo di Chiese locali di scegliere un passo biblico con il quale indicare un aspetto del cammino ecumenico. A partire dal passo scelto il gruppo prepara una Sussidio di presentazione della Settimana con il quale esprimere la peculiarità della propria vocazione all’unità. Per il 2022 la scelta è caduta sul Consiglio delle Chiese del Medio Oriente (Middle East Council of ChurchesMEEC) che ha sede a Beirut.

            Il Consiglio delle Chiese del Medio Oriente, nato nel 1974, che attualmente raccoglie 27 Chiese, ha indicato in un passo del Vangelo secondo Matteo, «In oriente abbiamo visto apparire la sua stella e siamo venuti qui per onorarlo» (Matteo 2,2), il testo guida per la Settimana di preghiera del 2022. La dimensione della speranza che nasce dall’affidarsi a Cristo, sempre, soprattutto nei tempi, come quelli presenti segnati per tutti dalla pandemia e per il Libano dall’incertezza totale dell’oggi, è stata coniugata con la dimensione dinamica della fede cristiana da viversi nel mondo e per il mondo, nella costruzione di una cultura dell’accoglienza che parte dall’ascolto dell’altro, come ricorda spesso papa Francesco, ponendosi, anche in questo, in perfetta sintonia con i responsabili degli organismi ecumenici internazionali e di tante Chiese cristiane. L’anno scorso, per il Natale, papa Francesco scrisse una lettera al cardinale Béchara Boutros Raï, patriarca di Antiochia dei Maroniti, presidente dell’Assemblea dei Patriarchi e dei Vescovi Cattolici nel Libano e attraverso di lui «a tutti i libanesi, senza distinzione di comunità e di appartenenza religiosa», dicendo tra l’altro che «grande è il mio dolore nel vedere la sofferenza e l’angoscia che soffoca l’innata intraprendenza e vivacità del Paese dei Cedri. Ancor più, è doloroso il vedersi rapire tutte le più care speranze di vivere in pace e di continuare ad essere per la storia e per il mondo un messaggio di libertà ed una testimonianza di buon vivere insieme; ed io che di vero cuore prendo parte, come ad ogni vostra contentezza, così anche ad ogni vostro dispiacere, sento nel vivo dell’animo la gravità delle vostre perdite, soprattutto quando penso ai tanti giovani cui viene tolta ogni speranza di un miglior avvenire. Grande è il mio dolore nel vedere la sofferenza e l’angoscia che soffoca l’innata intraprendenza e vivacità del Paese dei Cedri. Ancor più, è doloroso il vedersi rapire tutte le più care speranze di vivere in pace e di continuare ad essere per la storia e per il mondo un messaggio di libertà ed una testimonianza di buon vivere insieme; ed io che di vero cuore prendo parte, come ad ogni vostra contentezza, così anche ad ogni vostro dispiacere, sento nel vivo dell’animo la gravità delle vostre perdite, soprattutto quando penso ai tanti giovani cui viene tolta ogni speranza di un miglior avvenire».

Nella scelta del passo di Matteo che richiama la nascita di Cristo e l’esperienza dei magi, accanto a una valutazione del presente, hanno pesato le priorità che guidano l’azione del  Consiglio delle Chiese del Medio Oriente fin dalla sua prima assemblea costituiva che si tenne a Cipro. Il Consiglio si è sempre prodigato per rafforzare «la convergenza di modi di vedere, prospettive e atteggiamenti all’interno delle chiese del Medio Oriente, specialmente riguardo le questioni relative alla presenza e alla testimonianza cristiane e ai rapporti tra cristiani e musulmani». In questi anni, soprattutto negli ultimi anni, il Consiglio  ha voluto essere un ponte tra le chiese per abbattere barriere e pregiudizi, tra cristiani e altre religioni,  specialmente con i musulmani, per favorire percorsi di riconciliazione per la pace,  tra il Medio Oriente e la molteplicità di tradizioni cristiane, con una particolare attenzione al dialogo nel Mediterraneo, come, tra l’altro, ha mostrato la presenza della Segretaria  del Consiglio, a Bari, nel luglio del 2018, in occasione dell’incontro voluto da papa Francesco per la pace nel Mediterraneo.

Insieme al cammino ecumenico, che è occasione di una sempre migliore conoscenza della propria identità e delle ricchezze della comunione, la preghiera possa favorire il dialogo e la testimonianza comune dei cristiani che, in Libano, assume una valenza del tutto particolare; infatti insieme i cristiani possono contribuire «a una vita più dignitosa, giusta e pacifica per tutti gli uomini e le donne del nostro tempo e dei tempi a venire», come si legge nella traduzione italiana del Sussidio per la Settimana di preghiera che può essere scaricato direttamente dal portale della Santa Sede. La drammatica emergenza, nella quale è piombato il Libano, per una serie di ragioni che vanno ben oltre le contingenti nefandezze locali e il disinteresse sostanziale a livello internazionale, chiede di vivere la Settimana di preghiera come un momento nel quale rinnovare la preghiera per la pace che costituisce il compito irrinunciabile per i cristiani. Insieme i cristiani, parlando con una sola voce, possono, e devono, chiedere che si trovino, presto, non soluzioni provvisorie ma strutturali, pensate per l’oggi e per il domani, per sconfiggere le povertà di uomini e di donne in Libano, in modo da vivere quella speranza, donata al mondo con la nascita di Gesù di Nazareth, a Betlemme, come una luce che cambia il mondo.

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